Caravaggio: La vocazione di San Matteo

Caravaggio La Vocazione di San Matteo

Caravaggio La Vocazione di San Matteo

La tela, di grandi dimensioni, è uno dei dipinti di grande interesse del pittore lombardo e fa parte di un ciclo conservato a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. La scena raffigura l’episodio evangelico di Cristo che chiama San Matteo a seguirlo.

La penombra dell’ambiente è squarciata dalla luce che proviene da destra in alto e che scolpisce tutti i volumi in maniera poderosa, come avviene normalmente nella pittura di Caravaggio. Il raggio luminoso va a “colpire” San Matteo, seduto al tavolo per riscuotere i tributi (Matteo membro di una delle categorie più odiate dal popolo ebraico. In effetti, a quell’epoca gli esattori delle tasse pagavano in anticipo all’erario romano le tasse del popolo e poi si rifacevano come usurai tartassando la gente), che con aria interrogativa si rivolge a Cristo indicandosi con il dito, come per chiedere “Dici a me?” Dall’altro lato della stanza il Salvatore lo chiama con un gesto imperioso della mano, che secondo alcuni riprende il gesto stesso di Dio Padre degli affreschi della cappella Sistina (quello della creazione di Adamo per intenderci), notiamo la posizione del Cristo, mentre il corpo e il braccio sono protesi verso Matteo, i piedi sono rivolti verso l’uscita, come a dire “sbrigati, non c’è molto tempo” . Vicino al santo notiamo anche quattro personaggi, alla sinistra due giovani, quello di schiena quasi a voler sfoderare la spada, colto nell’atto di alzarsi come se in quel suo accenno di movimento ci sia l’intenzione di mandare via i due ospiti inopportuni, l’altro giovane è colto di sorpresa, nel suo sguardo si può scorgere sgomento, tanto che indietreggia quasi a cercare conforto tra le braccia del santo. I due personaggi a destra nell’ombra invece sono troppo indaffarati nei loro affari per accorgersi di quello che sta succedendo attorno a loro, per costoro non vi sarà salvezza, perché non toccati dalla luce della grazia.

L’ambiente è spoglio, gli elementi di arredo sono ridotti al minimo, e i protagonisti della scena sono gli uomini e soprattutto la luce, metafora della luce divina che accompagna Cristo e che non tutti sono in grado di vedere.

Un’ultima annotazione, assieme a Gesù c’è San Pietro e quasi timidamente ripete il gesto del Maestro: rappresenta il papa (non dimentichiamoci che siamo a Roma in epoca di Controriforma) o più in generale la chiesa che si agisce in consonanza con Cristo stesso.

Il fascino del mistero: “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin.

Arnold Böcklin (1827 – 1901) è stata una figura rappresentativa della storia dell’arte in Germania. Inizialmente fu un paesaggista ma, grazie ai frequenti viaggi in Italia, fu influenzato dal romanticismo: all’interno dello stile dell’Art Nouveau, fu un simbolista. La sua pittura si rivela mitologica: creature oniriche tra architetture classiche, simbolismi, allegorie e un richiamo spesso ossessivo alla morte. L’effetto è la creazione di mondi strani e fantastici.

La sua opera più famosa è L’Isola dei Morti.

L’isola dei morti ‎”Die Toteninse”

Isola dei Morti (Bocklin)

Isola dei Morti (Bocklin)

Una silhouette vestita di bianco,sopra una barca che naviga lentamente verso un’isola sassosa, ai lati della quale si scorgono grosse conifere. All’interno della barca c’è qualcosa, forse una bara coperta da un candido drappo.

Questo è uno dei dipinti più impenetrabili della storia dell’arte, l’isola dei morti . Un quadro di cui esistono almeno cinque versioni, ognuna differente dall’altra per tonalità, ma non come soggetto.
Un dipinto che Hitler il dittatore nazista amava a tal punto da volerlo nella sua stanza di rappresentanza e dal quale non si separò mai, nemmeno in punto di morte, perché?
L’enigma.

Il dipinto di Bocklin non ha mai avuto, da parte dell’autore, una spiegazione né  sulla tematica né sull’effettivo senso dell’opera. Sappiamo tuttavia che Bocklin era affascinato dalla mitologia nordica, dagli dei del Walhalla, dalle Valkirie, dai miti celtici e dalle complesse allegorie dei popoli di origine celtica.

La stessa curiosità che spingeva il dittatore tedesco sempre alla ricerca delle radici della civiltà e cultura ariana.
Un interesse e un’ammirazione che andavano dalla svastica, segno solare ridotto a rappresentazione della follia nazista, alla Heilige lunch, cioè la lancia del destino o di Longino), il centurione romano che trafisse il costato di Gesù proprio con quella lancia, per porre fine alle sue sofferenze terrene.

Hitler inseguì nel corso della sua folle avventura tutti i simboli esoterici delle religioni celtiche, cattolica e non solo. Dal Graal all’Arca dell’alleanza, dal Vril alla Heilige lunch:una ricerca che ebbe molta importanza per il dittatore tedesco.
Non fu un caso che in piena seconda guerra mondiale, venissero mandati in Tibet e in Egitto, in Francia e in Africa spedizioni importanti alla ricerca dei più importanti simboli della cristianità.

Perché tanto interesse per l’Isola dei morti?
Probabilmente nell’immaginario di Hitler, l’isola rappresenta il pantheon ideale, dove riposare per sempre, come un antico dio nordico venerato ma irraggiungibile dai comuni mortali.

Il dipinto ha anche un qualcosa di dantesco, non dimenticando che Böcklin ha soggiornato anche a Firenze, come non si potrebbe vedere un Caronte che rema mestamente, mentre la bianca figura che si staglia dritta, non potrebbe essere Dante che si avvicina alla prima fermata dell’inferno?

Oppure ad Avalon l’isola incantata, e l’uomo sulla barca Giuseppe d’Arimatea che porta il corpo di Gesù fasciato in un drappo bianco (la Sacra Sindone) a rinascere a nuova vita?

Non c’è dato sapere.

L’alone di mistero che circonda questo quadro non si dipanerà tanto facilmente, o almeno fino a che le più svariate teorie non si dissolveranno alla verità, che solo la mente di chi ha concepito quest’opera ne custodisce il segreto.

Caravaggio docet: Dentro lo specchio

Fece alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti. Et il primo fu un Bacco con alcuni grappoli
d’uve diverse.
“Giovanni Baglione.”

Dioniso_Bacco_Caravaggio

Dioniso_Bacco_Caravaggio

Nei dipinti di Caravaggio compare spesso il suo autoritratto. Nel Bacco conservato agli Uffizi, in seguito a una recente pulitura, è emerso un piccolo autoritratto del pittore intento a dipingere, riflesso sul vetro della caraffa.

Se anche voi volete ritrarvi in modo inedito utilizzando lo specchio, procuratevi un foglio argentato lucido e posizionatelo su una superficie liscia e dura, all’altezza della vostra testa. Per fissarlo utilizzate lo scotch.
Specchiatevi nel foglio osservando con attenzione i lineamenti del vostro viso. Con i pennarelli indelebili ricalcate i tratti essenziali direttamente sulla superficie che vi sta riflettendo: ovale del volto, sopracciglia, occhi, naso,
bocca e capelli.Quando avete finito spostatevi in modo da togliere il riflesso dal foglio e osservate l’autoritratto.Vi assomiglia?

Digital Ego: Caravaggio e caravaggeschi a Firenze.

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

Firenze è arte, si respirano arte e bellezza da ogni angolo, via o piazza. Sapere che alla fine s’incontreranno i capolavori di Michelangelo, Luca della Robbia, Raffaello, Leonardo, Donatello, Brunelleschi è un’emozione unica, sentirli vivi attraverso le loro opere che hanno sfidato i secoli, invidie e guerre e che sono giunte sino a noi in tutta la loro regale magnificenza.

Se poi ci si aggiunge un evento come Caravaggio e caravaggeschi a Firenze allora l’arte raggiunge il suo apice.

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio(Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), si forma presso la bottega del pittore Simone Peterzano nella città di Milano, dove apprende i modi di due tradizioni diverse: da un lato il realismo lombardo, dall’altro il rinascimento veneto, con il quale viene in contatto quando Peterzano lo porta con se in alcuni viaggi a Venezia, dove conosce l’arte del Tintoretto. Il pittore appartiene a quel periodo artistico definito come Barocco. Egli si allontana dalla pittura uniforme ed idealizzata tipica del manierismo. Interessato a rappresentare la realtà così come è, l’artista dipinge i santi ed i soggetti sacri con gli stessi volti e le stesse passioni degli uomini comuni, distaccandosi in maniera notevole dall’esempio di Raffaello Sanzio.
L’intenzione del pittore era d’insegnare attraverso le immagini. I suoi quadri, molto drammatici, erano vere e proprie storie dipinte con lo scopo di colpire l’occhio e l’immaginazione di un pubblico che spesso non sapeva leggere e scrivere.
Le caratteristiche più importanti dell’arte di Caravaggio sono rappresentate dall’uso del colore e dalla tecnica del chiaroscuro: una tecnica di luce e ombra che gioca sui contrasti luministici. Un altro aspetto notevole è la grande attenzione dedicata all’anatomia del corpo umano e in modo particolare agli occhi e alle mani.

I Caravaggeschi

Bartolomeo Manfredi

Bartolomeo Manfredi "le quattro stagioni"

Termine usato per definire i pittori che imitarono Caravaggio agli inizi del XVII secolo. La rivoluzionaria tecnica pittorica, in particolare l’uso drammatico del chiaroscuro, ebbe un’influenza impressionante a Roma durante il primo decennio del secolo, non solo sui pittori italiani ma anche su pittori di altri paesi che numerosi visitavano l’allora capitale artistica d’ Europa. La fama di Caravaggio aveva già oltrepassato i confini italiani nel 1604, quando Karel van Mander, ad Haarlem, scrisse di “Michelangelo da Caravaggio, che sta compiendo un lavoro straordinario a Roma”; e nel 1642 Bellori raccontava che i pittori a Roma erano stati tanto impressionati dalla novità del suo stile che, specialmente i più giovani, lo ammiravano e lo elogiavano come l’unico vero imitatore della natura, guardando le sue opere come miracoli, e si mettevano in competizione tra loro nel seguire la sua maniera. I più importanti tra i caravaggeschi italiani furono Orazio Gentileschi, uno dei pochi ad avere un rapporto personale con il maestro, e Bartolomeo Manfredi, che raffigurò tuttavia scene di gioco e di festa, soggetti che Caravaggio aveva trattato molto raramente. A Napoli, dove Caravaggio lavorò a tratti tra il 1606 e il 1610, Caracciolo, Artemisia GentileschiRibera, spagnolo di nascita, fecero sì che lo stile caravaggesco mettesse solide radici. A Roma il caravaggismo perse popolarità negli anni Venti del Seicento, ma continuò ad affermarsi in altre parti d’Italia e in Europa, soprattutto in Sicilia (dove Caravaggio era stato), a Utrecht e in Lorena, dove durò più o meno fino al 1650. Baburen, Honthorst eTerbrugghen furono le tre personalità che fecero di Utrecht il centro del caravaggismo olandese; Georges de La Tour creò in Lorena l’interpretazione più personale e poetica che quello stile. Molti altri pittori furono e restarono caravaggeschi durante tutta la loro carriera; alcuni, come Guido Reni, abbracciarono quello stile solo per un breve periodo (si disse che Caravaggio l’avesse minacciato poiché aveva rubato le sue idee); altri ancora, come Honthorst (che divenne un ritrattista di corte), cambiarono completamente stile da un certo punto in avanti. Echi del caravaggismo si possono comunque ritrovare nell’opera di alcuni giganti della pittura del XVII secolo:RembrandtRubensVelázquez.