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Quando l’arte diventa impresa

Presentare l’arte come iniziativa d’impresa è già un poco sminuire l’arte come concetto. Vero anche che gli “artisti” si considerino come gli “ultimi artigiani”, ultimi proprietari di un’arte che col tempo si è sempre più affinata, fino ad arrivare a toccare vette eccelse. Con l’andare del tempo e con l’avvento delle moderne tecnologie, queste arti se da una parte si sono affinate, dall’altra hanno perso quella manualità e quelle impercettibili imperfezioni dei lavori “fatti a mano”.

L’intento sarebbe do racchiudere questa “elite” come si faceva nell’epoca dell’alto Medio Evo, in “confraternite” per salvaguardare un patrimonio che le tecnologie e l’indolenza pare fare estinguere.

In questo contesto, nasce “L’arte diventa impresa”,  che vuole presentarsi come un punto di partenza o una porta d’ingresso di risorse umane, (intese come artisti di qualsiasi genere ed estrazione), che mettono la loro esperienza e creatività a disposizione di attività commerciali, circoli, privati, e a chiunque ne faccia richiesta.

 L’arte diventa impresa, offre servizi sia al consumatore e alle aziende, propone strumenti e mezzi per dare a entrambi possibilità di scambio, s’interazione e di uso 24 ore su 24. Propone idee, modelli, visibilità, accesso e facilità d’interazione, spazi alla cultura, all’istruzione, alle problematiche e al libero scambio d’idee.

Gente che lavora assieme per uno scopo comune. L’idea presa in prestito dall’ArtFusion Group, (artisti che operano in unione), si propone proprio come scambio e condivisione d’idee, progetti e soluzioni a problematiche.

Caravaggio: La vocazione di San Matteo

Caravaggio La Vocazione di San Matteo

Caravaggio La Vocazione di San Matteo

La tela, di grandi dimensioni, è uno dei dipinti di grande interesse del pittore lombardo e fa parte di un ciclo conservato a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. La scena raffigura l’episodio evangelico di Cristo che chiama San Matteo a seguirlo.

La penombra dell’ambiente è squarciata dalla luce che proviene da destra in alto e che scolpisce tutti i volumi in maniera poderosa, come avviene normalmente nella pittura di Caravaggio. Il raggio luminoso va a “colpire” San Matteo, seduto al tavolo per riscuotere i tributi (Matteo membro di una delle categorie più odiate dal popolo ebraico. In effetti, a quell’epoca gli esattori delle tasse pagavano in anticipo all’erario romano le tasse del popolo e poi si rifacevano come usurai tartassando la gente), che con aria interrogativa si rivolge a Cristo indicandosi con il dito, come per chiedere “Dici a me?” Dall’altro lato della stanza il Salvatore lo chiama con un gesto imperioso della mano, che secondo alcuni riprende il gesto stesso di Dio Padre degli affreschi della cappella Sistina (quello della creazione di Adamo per intenderci), notiamo la posizione del Cristo, mentre il corpo e il braccio sono protesi verso Matteo, i piedi sono rivolti verso l’uscita, come a dire “sbrigati, non c’è molto tempo” . Vicino al santo notiamo anche quattro personaggi, alla sinistra due giovani, quello di schiena quasi a voler sfoderare la spada, colto nell’atto di alzarsi come se in quel suo accenno di movimento ci sia l’intenzione di mandare via i due ospiti inopportuni, l’altro giovane è colto di sorpresa, nel suo sguardo si può scorgere sgomento, tanto che indietreggia quasi a cercare conforto tra le braccia del santo. I due personaggi a destra nell’ombra invece sono troppo indaffarati nei loro affari per accorgersi di quello che sta succedendo attorno a loro, per costoro non vi sarà salvezza, perché non toccati dalla luce della grazia.

L’ambiente è spoglio, gli elementi di arredo sono ridotti al minimo, e i protagonisti della scena sono gli uomini e soprattutto la luce, metafora della luce divina che accompagna Cristo e che non tutti sono in grado di vedere.

Un’ultima annotazione, assieme a Gesù c’è San Pietro e quasi timidamente ripete il gesto del Maestro: rappresenta il papa (non dimentichiamoci che siamo a Roma in epoca di Controriforma) o più in generale la chiesa che si agisce in consonanza con Cristo stesso.

Il fascino del mistero: “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin.

Arnold Böcklin (1827 – 1901) è stata una figura rappresentativa della storia dell’arte in Germania. Inizialmente fu un paesaggista ma, grazie ai frequenti viaggi in Italia, fu influenzato dal romanticismo: all’interno dello stile dell’Art Nouveau, fu un simbolista. La sua pittura si rivela mitologica: creature oniriche tra architetture classiche, simbolismi, allegorie e un richiamo spesso ossessivo alla morte. L’effetto è la creazione di mondi strani e fantastici.

La sua opera più famosa è L’Isola dei Morti.

L’isola dei morti ‎”Die Toteninse”

Isola dei Morti (Bocklin)

Isola dei Morti (Bocklin)

Una silhouette vestita di bianco,sopra una barca che naviga lentamente verso un’isola sassosa, ai lati della quale si scorgono grosse conifere. All’interno della barca c’è qualcosa, forse una bara coperta da un candido drappo.

Questo è uno dei dipinti più impenetrabili della storia dell’arte, l’isola dei morti . Un quadro di cui esistono almeno cinque versioni, ognuna differente dall’altra per tonalità, ma non come soggetto.
Un dipinto che Hitler il dittatore nazista amava a tal punto da volerlo nella sua stanza di rappresentanza e dal quale non si separò mai, nemmeno in punto di morte, perché?
L’enigma.

Il dipinto di Bocklin non ha mai avuto, da parte dell’autore, una spiegazione né  sulla tematica né sull’effettivo senso dell’opera. Sappiamo tuttavia che Bocklin era affascinato dalla mitologia nordica, dagli dei del Walhalla, dalle Valkirie, dai miti celtici e dalle complesse allegorie dei popoli di origine celtica.

La stessa curiosità che spingeva il dittatore tedesco sempre alla ricerca delle radici della civiltà e cultura ariana.
Un interesse e un’ammirazione che andavano dalla svastica, segno solare ridotto a rappresentazione della follia nazista, alla Heilige lunch, cioè la lancia del destino o di Longino), il centurione romano che trafisse il costato di Gesù proprio con quella lancia, per porre fine alle sue sofferenze terrene.

Hitler inseguì nel corso della sua folle avventura tutti i simboli esoterici delle religioni celtiche, cattolica e non solo. Dal Graal all’Arca dell’alleanza, dal Vril alla Heilige lunch:una ricerca che ebbe molta importanza per il dittatore tedesco.
Non fu un caso che in piena seconda guerra mondiale, venissero mandati in Tibet e in Egitto, in Francia e in Africa spedizioni importanti alla ricerca dei più importanti simboli della cristianità.

Perché tanto interesse per l’Isola dei morti?
Probabilmente nell’immaginario di Hitler, l’isola rappresenta il pantheon ideale, dove riposare per sempre, come un antico dio nordico venerato ma irraggiungibile dai comuni mortali.

Il dipinto ha anche un qualcosa di dantesco, non dimenticando che Böcklin ha soggiornato anche a Firenze, come non si potrebbe vedere un Caronte che rema mestamente, mentre la bianca figura che si staglia dritta, non potrebbe essere Dante che si avvicina alla prima fermata dell’inferno?

Oppure ad Avalon l’isola incantata, e l’uomo sulla barca Giuseppe d’Arimatea che porta il corpo di Gesù fasciato in un drappo bianco (la Sacra Sindone) a rinascere a nuova vita?

Non c’è dato sapere.

L’alone di mistero che circonda questo quadro non si dipanerà tanto facilmente, o almeno fino a che le più svariate teorie non si dissolveranno alla verità, che solo la mente di chi ha concepito quest’opera ne custodisce il segreto.

Caravaggio docet: Dentro lo specchio

Fece alcuni quadretti da lui nello specchio ritratti. Et il primo fu un Bacco con alcuni grappoli
d’uve diverse.
“Giovanni Baglione.”

Dioniso_Bacco_Caravaggio

Dioniso_Bacco_Caravaggio

Nei dipinti di Caravaggio compare spesso il suo autoritratto. Nel Bacco conservato agli Uffizi, in seguito a una recente pulitura, è emerso un piccolo autoritratto del pittore intento a dipingere, riflesso sul vetro della caraffa.

Se anche voi volete ritrarvi in modo inedito utilizzando lo specchio, procuratevi un foglio argentato lucido e posizionatelo su una superficie liscia e dura, all’altezza della vostra testa. Per fissarlo utilizzate lo scotch.
Specchiatevi nel foglio osservando con attenzione i lineamenti del vostro viso. Con i pennarelli indelebili ricalcate i tratti essenziali direttamente sulla superficie che vi sta riflettendo: ovale del volto, sopracciglia, occhi, naso,
bocca e capelli.Quando avete finito spostatevi in modo da togliere il riflesso dal foglio e osservate l’autoritratto.Vi assomiglia?

Digital Ego: Caravaggio e caravaggeschi a Firenze.

Medusa Caravaggio

Medusa Caravaggio

Firenze è arte, si respirano arte e bellezza da ogni angolo, via o piazza. Sapere che alla fine s’incontreranno i capolavori di Michelangelo, Luca della Robbia, Raffaello, Leonardo, Donatello, Brunelleschi è un’emozione unica, sentirli vivi attraverso le loro opere che hanno sfidato i secoli, invidie e guerre e che sono giunte sino a noi in tutta la loro regale magnificenza.

Se poi ci si aggiunge un evento come Caravaggio e caravaggeschi a Firenze allora l’arte raggiunge il suo apice.

Michelangelo Merisi, detto Caravaggio(Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), si forma presso la bottega del pittore Simone Peterzano nella città di Milano, dove apprende i modi di due tradizioni diverse: da un lato il realismo lombardo, dall’altro il rinascimento veneto, con il quale viene in contatto quando Peterzano lo porta con se in alcuni viaggi a Venezia, dove conosce l’arte del Tintoretto. Il pittore appartiene a quel periodo artistico definito come Barocco. Egli si allontana dalla pittura uniforme ed idealizzata tipica del manierismo. Interessato a rappresentare la realtà così come è, l’artista dipinge i santi ed i soggetti sacri con gli stessi volti e le stesse passioni degli uomini comuni, distaccandosi in maniera notevole dall’esempio di Raffaello Sanzio.
L’intenzione del pittore era d’insegnare attraverso le immagini. I suoi quadri, molto drammatici, erano vere e proprie storie dipinte con lo scopo di colpire l’occhio e l’immaginazione di un pubblico che spesso non sapeva leggere e scrivere.
Le caratteristiche più importanti dell’arte di Caravaggio sono rappresentate dall’uso del colore e dalla tecnica del chiaroscuro: una tecnica di luce e ombra che gioca sui contrasti luministici. Un altro aspetto notevole è la grande attenzione dedicata all’anatomia del corpo umano e in modo particolare agli occhi e alle mani.

I Caravaggeschi

Bartolomeo Manfredi

Bartolomeo Manfredi "le quattro stagioni"

Termine usato per definire i pittori che imitarono Caravaggio agli inizi del XVII secolo. La rivoluzionaria tecnica pittorica, in particolare l’uso drammatico del chiaroscuro, ebbe un’influenza impressionante a Roma durante il primo decennio del secolo, non solo sui pittori italiani ma anche su pittori di altri paesi che numerosi visitavano l’allora capitale artistica d’ Europa. La fama di Caravaggio aveva già oltrepassato i confini italiani nel 1604, quando Karel van Mander, ad Haarlem, scrisse di “Michelangelo da Caravaggio, che sta compiendo un lavoro straordinario a Roma”; e nel 1642 Bellori raccontava che i pittori a Roma erano stati tanto impressionati dalla novità del suo stile che, specialmente i più giovani, lo ammiravano e lo elogiavano come l’unico vero imitatore della natura, guardando le sue opere come miracoli, e si mettevano in competizione tra loro nel seguire la sua maniera. I più importanti tra i caravaggeschi italiani furono Orazio Gentileschi, uno dei pochi ad avere un rapporto personale con il maestro, e Bartolomeo Manfredi, che raffigurò tuttavia scene di gioco e di festa, soggetti che Caravaggio aveva trattato molto raramente. A Napoli, dove Caravaggio lavorò a tratti tra il 1606 e il 1610, Caracciolo, Artemisia GentileschiRibera, spagnolo di nascita, fecero sì che lo stile caravaggesco mettesse solide radici. A Roma il caravaggismo perse popolarità negli anni Venti del Seicento, ma continuò ad affermarsi in altre parti d’Italia e in Europa, soprattutto in Sicilia (dove Caravaggio era stato), a Utrecht e in Lorena, dove durò più o meno fino al 1650. Baburen, Honthorst eTerbrugghen furono le tre personalità che fecero di Utrecht il centro del caravaggismo olandese; Georges de La Tour creò in Lorena l’interpretazione più personale e poetica che quello stile. Molti altri pittori furono e restarono caravaggeschi durante tutta la loro carriera; alcuni, come Guido Reni, abbracciarono quello stile solo per un breve periodo (si disse che Caravaggio l’avesse minacciato poiché aveva rubato le sue idee); altri ancora, come Honthorst (che divenne un ritrattista di corte), cambiarono completamente stile da un certo punto in avanti. Echi del caravaggismo si possono comunque ritrovare nell’opera di alcuni giganti della pittura del XVII secolo:RembrandtRubensVelázquez.

La Metropoli silente

Cimitero di Staglieno

Cimitero di Staglieno

L’arte nella sua forma più pura come sublimazione della morte ha la sua espressione più autentica nei cimiteri, a volte veri e propri musei all’aperto dove però il degrado e l’incuria sono gli unici guardiani e depositari di queste opere d’arte. Un esempio per tutti il cimitero di Staglieno a Genova. Il cimitero monumentale di Staglieno è il maggiore luogo di sepoltura di Genova ed è uno dei cimiteri monumentali più importanti d’Europa.

È situato nella Val Bisagno, nel territorio, comprendente il quartiere di Staglieno.

Vi sono sepolti figli illustri del capoluogo ligure e altri personaggi famosi tra i quali uno dei padri della Patria italiana, Giuseppe Mazzini, il presidente del Consiglio e partigiano Ferruccio Parri, il compositore della musica dell’Inno d’Italia Michele Novaro, numerosi garibaldini tra i quali Antonio Burlando e altri che fecero parte della spedizione dei Mille (un campo è a loro dedicato), l’attore Gilberto Govi, il cantautore Fabrizio De André, il pittore Federico Sirigu, la scrittrice Fernanda Pivano, il poeta Edoardo SanguinetiConstance Lloyd (moglie di Oscar Wilde), Nino BixioStefano Canzio.

Per la vastità dei suoi imponenti monumenti funebri è considerato un vero e proprio museo a cielo aperto. Le numerose statue funerarie e cappelle, opere prevalentemente di scultori genovesi, sia pure costruite in stili differenti, restituiscono all’insieme del complesso un importante valore sotto l’aspetto dell’architettura e scultura funebre. Celebrare la morte è l’esorcizzazione materiale delle nostre paure, raffigurare il trapasso da questa vita all’aldilà è sempre stata un sfida per l’artista, l’ignoto perché di ciò si tratta, dato che mai nessuno dei trapassati è mai venuto indietro a descriverci l’aldilà, trova nell’arte funeraria la sua più alta espressione artistica. Anche la poesia descrivendo gli stati d’animo che precedono la dipartita da questo mondo se associate alle immagini, possono fare comprendere l’arte e le sensazioni che essa può donare.

Un esempio di quando la fotografia incontra la poesia in quest’ambito si ha nell’E – book “La Metropoli Silente”. Dove la qualità e la scelta delle immagini sono rese più evocative dall’espressione poetica.

Un piccolo contributo affinché questi musei a cielo aperto contenitori di storia silenti, non siano lasciati all’incuria.

Leggi gratis l’E – book di Anna Orsenigo e Vassallo Roberto “La Metropoli Silente”

L’elogio della bellezza

Il mistero della vita sta nella ricerca della bellezza. (Billy Wilder)

Venere allo specchio

Diego Velasquez Venere allo specchio

Bellezza vaga promessa d’eternità, che come effimero stato di grazia, si trasforma in elisir di gioventù, laddove Vanità e Narciso suggellarono il loro scellerato patto. Questo è l’incipit di ciò che del vanesio è l’opera più cara, la metamorfosi di sé e cioè la manipolazione del suo essere, la ricreazione di quella scultura sublime che prima era appannaggio solo degli dei, la sublimazione del proprio apparire in una nuova divinità.
Mentre giovani ninfe si pavoneggiano mirandosi compiaciute in stagni lucenti e le movenze dei loro corpi acerbi accendono le fantasie sopite di maturi satiri annoiati, le antiche matrone gelose custodi dei riti sacri dell’eros si rimirano in specchi logori e stanchi di riflettere sempre le medesime tristi immagini, meditano vendetta. Qual rivincita è più bella di quella della rinascita a nuova vita? Quale gioia più gradita se non la ritrovata gioventù? Qual trofeo più ardito se non la riconquista degli anziani talami? Se quello che il tempo rubò, ora le novelle circi possono assaporare il piacere della conquista che un giorno permaneva trionfante sulle loro labbra voluttuose.
Giunto è il momento che i giovani fauni che si crogiolano al sole del meriggio tendano i poderosi muscoli pronti alla fuga, come i teneri cervi che fuggano dalle frecce di Diana la cacciatrice. Quali sono dunque queste nuove temibili armi, che le giovani naiadi debbano tanto temere, quelle di un sarto? Se di taglia e cuci gli eredi moderni di Esculapio si dedicano con tanto diletto a rimodellare antiche divinità cadute in disgrazia, o quelle di nuovi dei così abili da ricreare dalla materia grezza nuove forme aggraziate e morbide, docili quasi come argilla e come creta pronta a sgretolarsi al minimo tocco.
Esultate matrone, siate ebbre di gioia signore, che anche per voi il dolce sapore dell’elisir di gioventù rinverdisca gli antichi fasti, s’invigoriscano dunque i seni cadenti, si snelliscano le cosce, si tonifichino i glutei stanchi, spariscano attorno gli occhi le antiestetiche zampe di gallina, si snelliscano i fianchi, che le labbra tornino voluminose e tumide, che la pelle ritrovi la tonicità d’un tempo, che il corpo sia fletta come un arco pronto a scattare al momento dell’amplesso, che divampi il fuoco della passione e che i suoi tizzoni ardenti incendino le voglie dei giovani e anziani fauni e che le adolescenti ninfe inebriate dalle loro bellezza vengano accecate dalla loro invidia.
Che sia dunque la bellezza a illuminare il mondo e non importa se artificiale sia, sempre di avvenenza si tratta. Ben venga quindi il corpo rifatto, che come una scultura svela le sue forme sensuali dopo che è stata ultimata, il corpo della donna è un’opera d’arte e come tale venga preservata, custodita e col tempo restaurata, per offrire a nuovi occhi l’anticha bellezza che col tempo è rimasta intatta, magari solo nascosta dalla polvere invidiosa del tempo.

Shopping a Genova tra cultura e tradizioni Alcuni consigli

Perché Genova:
Boutique, atelier e negozi lussuosi, grandi centri commerciali, bellissime botteghe storiche (che vantano almeno 50 anni di attività e sono numerose quelle pluricentenarie!). Sono molti i luoghi in centro città dove ci si può sbizzarrire alla ricerca degli oggetti e dei cibi più particolari.
Genova è una golosa occasione per lo shopping: nelle vie del centro si trovano negozi capaci di attirare l’attenzione di clienti di ogni tipo e di ogni età. La città dà, infatti, spazio alla moda giovane, all’alta sartoria, all’abbigliamento per l’infanzia, sia sportivo che elegante, ai moltissimi, coloratissimi negozi di giocattoli.
Cosa offre la città:
Un’ ampia scelta agli appassionati, ma anche ai "cacciatori" di piccoli o grandi tesori nelle tipiche e suggestive botteghe antiquarie e gallerie d’arte. Molti sono i megastore di libri, dischi e oggetti tecnologici, i negozi di strumenti musicali, le botteghe e le bancarelle specializzate in libri antichi.

Le origini della città di Genova sono antichissime e ancora oscure. Di certo si sa che fu fondata dai Liguri, popolazione costituita da famiglie isolate che si riunivano soltanto per difendersi dagli attacchi nemici. Il suo nome pare derivi dalla parola celtica genua, adito o entrata, in quanto sbocco sul mare e via d’accesso verso l’alta Italia e l’Europa centrale. Per circa otto secoli Genova fu sede dell’omonima Repubblica di Genova che comprendeva la quasi totalità della Liguria, la Corsica (poi ceduta alla Francia nel 1768. Per circa cinque secoli fiorirono in tutto il bacino Mediterraneo, i possedimenti genovesi, ora con carattere di empori o basi commerciali, ora vere e proprie colonie, dipendenti direttamente dalla Repubblica, dal Banco di San Giorgio o da privati cittadini.

Genova è una città con un patrimonio artistico e culturale molto ricco, in parte ancora segreto e misconosciuto, la cui valorizzazione è talvolta ostacolata da difficoltà oggettive di fruizione, come la scarsa accessibilità.
Nonostante ciò, il sistema dei beni culturali genovesi è ricco di opportunità e di interessanti spunti di sviluppo.
la gastronomia non solo pesto:
ha una base tradizionalmente mediterranea. È ricchissima di ingredienti e di sapori e, non di rado, anche molto laboriosa. I liguri utilizzano alcuni ingredienti molto semplici, che presi da soli sembrano insignificanti, ma combinandosi assieme esaltano le proprie qualità in un sapore finale di grande armonia: i funghi, i pinoli, le noci e tantissime erbe aromatiche.
Alla base di tutte le ricette c’è l’olio d’oliva ligure, dal sapore molto delicato, con cui si preparano gustose salse . La più famosa è il pesto , una salsa a base di basilico, pinoli, aglio, olio d’oliva e parmigiano. Per accompagnare la carne è ottima la salsa verde, a base di prezzemolo e pinoli, mentre la salsa di noci si sposa benissimo a pasta e ravioli.
Focacce e torte salate sono una prerogativa tipicamente genovese. Si mangiano sia nei pasti sia come stuzzicanti merende: dalla semplice focaccia all’olio a quella ripiena di formaggio, non potrete resistere alla fragranza ed al profumo di questa specialità. Nemmeno potrete partire senza avere assaggiato la farinata , una singolare focaccia a base di farina di ceci…

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