A proposito di donne: da Ipazia di Alessandria a miss tette finte

Ipazia di Alessandria

Ipazia di Alessandria

Quanta strada l’essere umano ha fatto nel corso della sua evoluzione e quante scoperte hanno contribuito a migliorare la qualità della sua vita, tutto è cambiato ma sembra che solo una cosa a giudicare da ciò che accade oggi è rimasta tale e quale se non peggiorata da sempre, il ruolo della donna. Ieri rivedendo il film “Agorà”, mi è venuto da pensare che forse tanto tempo fa quando il paganesimo e l’antica sapienza che confidava nel sole e nella luna, dove le erbe e la conoscenza della natura era primaria per la sopravvivenza, dove mi si scusi il termine, l’ignoranza faceva vivere in pace con ciò che stava attorno agli esseri umani. Venne, la scienza, e la filosofia, il libero pensiero ma anche ahimè le religioni.

Viveva attorno all’anno 400 d.C. ad Alessandria d’Egitto una certa Ipazia che citando wikipedia; nacque ad Alessandria, nella seconda metà del IV secolo. Non è possibile stabilire con maggiore precisione l’anno della sua nascita: il lessico Suda sostiene che lei «fiorì durante il regno d’Arcadio», ossia dal 395 al 408, il che comporterebbe una data di nascita oscillante dal 355 al 368, anche se la maggior parte degli studiosi crede di poter indicare la sua nascita intorno al 370. Ipazia «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti quelli che desideravano pensare in modo filosofico». In questo passo, Socrate Scolastico, scrivendo intorno al 440, indica che ad Alessandria l’unica erede del platonismo interpretato da Plotino era stata Ipazia: diversamente, Ierocle, alessandrino di nascita ma formatosi ad Atene nella scuola del neoplatonico Plutarco (350-430), indica nel suo maestro l’erede della filosofia platonica in una successione che procede da Ammonio Sacca e, attraverso Origene, Plotino, Porfirio e Giamblico, giunge a Plutarco di Atene. Analoga è la successione dei maestri neoplatonici indicata dal più tardo Proclo, anch’egli membro della scuola d’Atene. Una donna che insegnava filosofia, la strada pareva essere segnata, l’uguaglianza tra i sessi pareva essere cosa fatta, se non fosse intervenuto un fattore che col tempo avrebbe contribuito e non poco a fare ripiombare nell’oblio la donna, la religione.

Il conflitto di potere tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo.

Nessuna fonte attesta il comportamento tenuto da Ipazia durante queste drammatiche vicende, né gli eventuali rapporti intercorsi tra lei e il vescovo Teofilo. Sappiamo che il risalto ottenuto nella città di Alessandria dalla personalità di Ipazia è immediatamente successivo a quei fatti e coincide altresì con l’affermazione, prodottasi nell’Impero orientale, del movimento politico e culturale degli elleni, sostenitori tutti della tradizionale cultura greca indipendentemente dalle singole adesioni a una particolare religione. La loro ascesa subì un arresto con l’avvento al potere dell’Augusta Pulcheria, nel 414, per risalire, con alterna fortuna, nei decenni successivi, fino al declino avvenuto dalla seconda metà del V secolo.

Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ha una natura eminentemente culturale, ma quella sua stessa eminente cultura è la condizione dell’acquisizione, da parte di Ipazia, di un potere che non è più soltanto culturale: è anche politico. Scrive infatti lo storico cristiano ortodosso Socrate Scolastico:

«Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale ». Ma le cose sarebbe presto cambiate, e il potere dello stato ha dovuto soccombere a quello della religione, e la povera Ipazia, accusata (già allora), di stregoneria e immoralità (solo perché non credente?) o per paura (la filosofia si è sempre data un gran daffare a trovare le risposte a tutte le domande, non lasciando campo alla sola fede senza un perché), trovò la morte e triste è la sua fine; “Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima: un gruppo di cristiani «dall’animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, dove la massacrarono e le cavarono gli occhi mentre ancora respirava; poi la spogliarono delle vesti e la fecero a brandelli usando cocci aguzzi.Trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo».

Da allora sono passati tanti secoli e la donna tra alti e bassi ha trovato la sua strada, anche se ancora oggi trova molte difficoltà a inserirsi nella società. La colpa se andiamo a indagare è di entrambi maschi e femmine, con i media che contribuiscono per un fatto di mercato che tutto resti com’è, non meravigliamoci allora, se abbondano i concorsi di bellezza e affini e se a Moneglia nella riviera Ligure di Levante s’inneggia a “miss tette finte”. Ciò vuol dire allora che di strada dai tempi di Ipazia non se n’è percorsa molta, tutt’altro e quello che le donne come lei ha conquistato con sangue e fatica, è messo in secondo piano da due protesi al silicone e magari neanche ben fatte. Meditate gente, meditate.

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